Wednesday, August 31, 2005

Il Viaggio (6)

Il Viaggio (6^ puntata)
Epilogo e… perché?

Perché si uccide un essere umano e se ne risparmia un altro? Perché organizziamo con meticolosa perseveranza il nostro delitto perfetto e poi all’ultimo minuto cambiamo idea e risparmiamo i capelli biondi e improvvisiamo una nuova strategia su dei capelli neri? Che cosa non ci convince in quel biondo? Che cosa ci attrae in quel nero? Domande a cui non si può rispondere, a cui è inutile rispondere tanto abbiamo già fatto tutto e se, per caso,  ricominciassimo tutto da capo rifaremmo tutto diverso, un insolita beffa.
Il nostro viaggio a volte arriva a compimento ma è solo l’inizio di un viaggio ben più lungo, strano, assurdo probabilmente inutile. Il coltello sempre nella nostra tasca, la chitarra nella sua custodia, la valigia aperta e richiusa un innumerevole numero di volte, il nostro è un delitto perfetto, perfetto perché non c’è vittima, non c’è reato da perseguire, è l’organizzazione di un delitto nei minimi particolari in cui ogni volta arriviamo ad un passo dalla vittima, stringiamo il coltello pronti a tagliare quella gola e poi… cambiamo obiettivo, senza una ragione, senza un motivo apparente. Non c’è morale, non c’è rimorso, non c’è pentimento, c’è solo un cambio di piano dell’ultimo momento, non ci attirano più i capelli biondi, adesso inseguiamo quei capelli neri.  Non c’è vittima, non c’è nessun reato… c’è l’organizzazione del delitto perfetto. Non ti ho tagliato la gola!
Ma gli occhi che abbiamo guardato ogni volta ci restano dentro per sempre. Lei non sapeva nulla e noi avevamo organizzato tutto per ucciderla in una sera d’estate, durante un acquazzone o sotto un cielo limpido di una mattina assolata, mentre correva per ripararsi o passeggiava tranquilla nel silenzio dei propri pensieri con uno sguardo appena a quell’uomo con una mano in tasca, una borsa a tracollo e una custodia di chitarra che le veniva incontro. Una chitarra in mano da sicurezza a chi ci guarda, uno che suona ha altro a cui pensare, uno che suona non può essere un assassino, uno che suona… può essere un grosso pezzo di merda e si avvicina per tagliarvi la gola. Ma voi non lo saprete mai mentre noi, oramai, viaggiamo verso dei capelli neri, la chitarra sempre nella sua custodia e il coltellino multiuso svizzero nella tasca. Se vi dicono che con un coltellino multiuso svizzero non si può uccidere non credeteci, mai!
Camminare è parte di un viaggio, guardarci attorno per individuare case, portoni, vie di fuga, possibili intoppi fa parte del disegno di un delitto. Ogni strada porta a mille altre strade e non si può prevedere tutto e allora si deve semplificare il più possibile e se c’è una chiesa semplifichiamo anche la nostra coscienza.

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Il Viaggio (5)

IL VIAGGIO (5^ Puntata)
Chissà se qualcuno comprenderà, non è vero commissario?

Mi chiedo spesso quale profondo significato attribuire al soffocato trascorrere del tempo e immediatamente dopo mi appare ,in un angolo in basso a sinistra del mio pensiero, l’immagine sfocata del bambinello che con un secchiello voleva svuotare il mare mettendo l’acqua nella buca che aveva scavato in riva allo stesso. Inutilità di una riflessione, di un’azione, del mio viaggio.
La sto seguendo ormai da due ore, il biondo ha sempre attivato sinapsi di novità. I gesti sono quelli misurati della grande vedette, di chi fa sapendo che qualunque cosa fa la fa bene perchè la sua bellezza svia dalla critica e le sue tette distolgono comunque lo sguardo del viandante, qualsiasi cosa ella faccia. Eppure non mi incanta, i capelli ciondolano mentre cammina, i fianchi estrapolano pensieri…. non sa che cosa l’aspetta ma di sicuro sa chi. Lo sanno sempre nella loro incalzante sicurezza.
Ogni via è uguale ad ogni altra le cambiano solo la meteorologia locale, ogni spazio libero verrà presto occupato da inutili comparse, siano essi alberi o mattoni traforati. Una macchia di sangue, quando piove, si espande quasi senza lasciare tracce ma anche le trovassero cosa cambia. Ci raccontano che il delitto perfetto non esiste, balle, di quanti delitti trovano veramente i colpevoli, quelli veri dico, non il primo sfigato che passa di li per caso e poi magari lo buttano da una finestra.  Come faccio a saperlo: “Be’ sono un viaggiatore solitario e nessuno mi ha ancora fermato!”.
Il tempo è cambiato, volge al brutto,  il vento scompilglia capelli, camicette, gonne, alza foglie, polvere, carte, alcune con su scritte chissà quali fondamentali verità. Un prima goccia allarma il viandante che allora comincia ad affrettare il passo, anche la bionda porta una mano alla testa, bastasse una mano a ripararsi, abbassa il capo e veloce per la via… e io dietro, la mano sinistra porta la custodia, la destra in tasca che stringe forte un coltellino svizzero.
Adesso la supero e vado oltre svolto per una strada secondaria, la seguo precedendola, so dove va. Il delitto perfetto lo si studia fin nei minimi particolari ma anche se un particolare sfuggisse non se accorgerebbe nessuno, non è vero commissario? Mi fermo e mi accuccio per allacciarmi una scarpa, mi si slacciano sempre, comincia a piovere forte, il coltellino svizzero adesso non è più nella mia tasca, è in mano, aperto. Lei mi sta raggiungendo, mi guarda, i nostri occhi si incrociano, per l’ultima volta. Stupore.

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Tuesday, August 30, 2005

Il Viaggio (4)

IL VIAGGIO (4^ Puntata)
Intermezzo su un tappeto volante

Inutile parlare delle sensazioni di un viaggio, un viaggio è fatica, un viaggio è attesa, un viaggio solitario è molto spesso noia anche quando cerchiamo in uno sguardo la possibilità di un incontro. Il susseguirsi delle stazioni, il salire e scendere, l’uscire e l’entrare, volti a volte tumefatti dalla fatica, odori, sensazioni, peso di bagagli, cinghie che lacerano, maniglie che feriscono, scarpe che gonfiano piedi, vesciche che ci riportano ad antiche sensazioni… ci vorrebbe un tappeto volante che ci porti dove desideriamo nel tempo di un: “Ciao, ci si vede”.
In un viaggio non c’è mai una vera colonna sonora ma un insieme di colonne sonore, fatte dai rumori più improbabili e mai veramente codificati, il 9/8 del treno “wheels were playing fast in 9/8 time” che danno il tempo al suo trascorrere, voci soffuse, l’effetto doppler di un altro treno che ci viene incontro, rumori che ci inventiamo guardando fuori dai finestrini… ci vorrebbe il vento che ci passa attorno mentre il nostro tappeto volante ci porta dove desideriamo nel tempo di un: “Guarda, una stella cadende, esprimi un desiderio”.
Anche quando camminiamo, arrivando o partendo, ascoltiamo il battere e il levare delle nostre sensazioni. Musica che non ha note ma solo i ritmi del susseguirsi degli eventi che compongono il nostro viaggiare.  Il freddo e il caldo, il pieno ed il vuoto, il silenzio ed il rumore in un susseguirsi continuo di diversi stacchi che alla fine formano il film dei nostri ricordi, dei nostri deboli ricordi che, a volte, sfumano in un più semplice “Ti ricordi come faceva caldo quel giorno… quando sei arrivato… quando sei partito”. Ci vorrebbe una trama a raccordare tutte le sensazioni  del nostro viaggio come in un tappeto volante dai mille e più disegni intessuti da mani esperte e infusi da una magia per portarci laddove desideriamo giusto il tempo di un: “Un toast e una birra per favore…”
Una lacrima versata è una lacrima persa in un deserto di sensazioni dove è meglio serbare per se ogni emozione. Nel nostro viaggio non c’è tempo per le emozioni perchè ogni emozione non ha finalità e noi dobbiamo arrivare, dobbiamo partite, dobbiamo muoverci e prima lo facciamo prima concludiamo la nostra attesa. Ma è nell’attesa l’essenza stessa del nostro viaggio, negli interminabili minuti passati ad aspettare che il tragitto abbia inizio e che poi abbia la sua conclusione e allora prendiamo al volo un tappeto volante che ci porti laddove desideriamo nel tempo misero di un: “Maramao perchè sei morto, pane e vin non ti mancava…”

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Monday, August 29, 2005

Il Viaggio (3)

IL VIAGGIO (3^ Puntata)
Per tutti quelli che sono ad un bivio e hanno già scelto

Quante volte durante un viaggio incontriamo un bivio? Ogni volta una domanda senza risposta, una scelta dettata più dal caso che dalla ragione perché, per quanto ci piaccia barare, un fatto lo riusciamo a razionalizzare solo dopo il suo compimento e allora in aria la monetina e via senza rimpianti… Ma quante volte ci viene da chiederci e se fossi andato di la? Una moltitudine di universi paralleli in cui sono contenute tutte le scelte che abbiamo scartato. “Dove vado a destra o a sinistra?”, “Bevo un caffè o un bicchier d’acqua?”, “Vado dietro a quai capelli biondi o a quei capelli neri o a tutti e due?”.
Quando si scende da un treno abbiamo lasciato qualcosa in quella carrozza, magari un compagno occasionale a cui abbiamo narrato insostenibili e banali verità esistenziali, magari una sciarpa, magari un paio di occhi in cui ci siamo persi per un po’ e ci hanno fatto sognare uno svolgimento diverso del nostro pellegrinaggio perenne. Una volta ho messo una sciarpa per mesi perchè Robbie Robertson la portava in “The Last Waltz”, stesso colore, stessa lunghezza, guardavo e riguardavo quelle immagini e cercavo di diventare quella foto, quell’istante, quel tocco di chitarra, quelle note, quelle parole “Has anybody seen my lady, This living alone will drive me crazy, Oh, you don’t know the shape I’m in”… poi durante un viaggio quella sciarpa si separò da me mentre mi perdevo dietro un paio di occhi sotto dei capelli biondi. Cosa sarebbe stata la mia vita se non avessi perso quell sciarpa? Cosa sarebbe stato se? Se?
Quando si lascia una stazione si entra in un mondo nuovo, se è sera poi il mondo è anche illuminato, se è notte ci si sente un po’ più soli ma in certo senso rassicurati: poche macchine per strada, pochi viandanti, la notte appartiene al male, agli assassini, alle puttane, ai Dj, alle voci che parlano di cose misteriose, a me che scrivo, a volte suono, di solito parlo… osservo. Le cose che si vedono di notte, all’arrivo in una città nuova, alla mattina non appaiono più, si perdono come se il sole le cancellasse per farci perdere quei pochi punti noti in una realtà sconosciuta, meravigliosamente sconosciuta. La notte rassicura il giorno ci scopre nudi, senza difese, in un mondo alieno, non nostro, tutto è da scoprire, edifici familiari perchè magari visti in qualche foto ma che alla prova della realtà ci appaiono diversi da come ci sembravano, noi non siamo di questo pianeta oppure siamo tornati un po’ più bambini quando bastava una foglia che cadeva da un albero a farci stupire. Il bivio è stupore per quel che possiamo trovare rimpianto curioso per quello che avremmo potuto trovare.
Allora torna, consolatrice, l’immagine dell’universo parallelo in cui stiamo vivendo questa stessa vita e per ogni scelta un possibile svolgimento e man mano che andiamo avanti gli universi diventano sempre di più perchè sempre di più sono le scelte che abbiamo fatto. Il paradiso del viaggiatore solitario lo immagino come il luogo in cui ci viene data la possibilità di esplorare tutti questi universi e di sapere cosa sarebbe successo se… l’inferno come il luogo dove percorrere eternamente ed interrottamente la stessa strada senza mai un dubbio su dove stiamo andando.
Cammino per questa lunga strada in solitaria incoscienza non so dove approderò veramente, so che sto andando, la mia chitarra fedele compagna, un coltellino passato dalla borsa alla tasca.

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Sunday, August 28, 2005

Il Viaggio (2)

IL VIAGGIO (2^ Puntata)
Per tutti quelli che non sono mai partiti.

La partenza avviene sempre con la pioggia, non so perché, deve essere una specie di maledizione che colpisce  noi viaggiatori solitari, oppure, al contrario, è la benedizione che ci manda un dio benevolo per aiutarci a nascondere quella lacrima che, a volte, scappa mentre ci guardiamo le scarpe per non farci sopraffare da quello che lasciamo.
La partenza è un addio mai un arrivederci perché anche se dovessimo tornare nulla sarebbe come prima. Impercettibilmente ma tutto sarebbe cambiato in nostra assenza per cui, nel frattempo, saremmo diventati estranei. Ma noi non vogliamo tornare, una volta partiti è per sempre.
Stavolta si parte in treno. A nessuno piace la Stazione Centrale di Milano, a me si. E’ imponente, sembra un monolito messo li’ come una sfinge ad indicare la via a qualcuno che non saprebbe dove andare, se non ci fosse quel segnale. Un tempo ci si dava l’appuntamento al transatlantico ora l’hanno tolto e chissà dove lo hanno messo, ci cambiano sempre i punti di riferimento, lo fanno apposta per confonderci e costringerci a dipendere sempre da cose impalpabili, per potersi, poi, creare sempre una scusa, “Eri al Bar in fondo a destra e io ti aspettavo in quello nuovo in alto a sinistra”, no il transatlantico era sempre lì, non potevi sbagliarti, “il Raffaello” era lì, il monolito nel monolito, per noi bambini di allora la sicurezza di non potersi perdere: “Se ci si perde ci si trova al transatlantico” mi diceva mio padre quando andavamo a prendere qualche parente che arrivava da giù, e qualche volta ci è capitato di perderci apposta per restare più tempo possibile ad ammirarlo, a sognare di essere il suo comandante, in perenne viaggio.
“Un biglietto per Bologna solo andata 2^ classe, per favore”. Quando si è viaggia si cerca sempre di essere il più possibile cortesi, un sorriso, una buona parola per tutti quelli che incontriamo, a cui dobbiamo chiedere qualcosa, a cui, più semplicemente, stiamo seduti davanti durante l’attesa dell’arrivo. Qualcuno risponde con garbo: al saluto, al sorriso, alla cortesia, altri non ti vedono nemmeno come fossero immersi nella nebbia dei loro pensieri, altri ancora scambiano la tua banale cortesia per un sotterfugio per fregarli, quest’ultimi sono i più pericolosi, pronti a tradire, pronti ad aggredire, pronti ad arrogarsi il diritto di giudicare. I giudici delle stazioni appoggiati ad una pensilina in attesa degli eventi che capitano però altrove: loro non possono accorgersene guardano fissi in avanti, sanno già. I giudici delle carrozze che ti guardano torvi se non ti sei alzato per far sedere quel vecchio, quella donna; che ti guardano dentro per vedere chi sei, ma sanno già che non sei uno di loro, sei un altro, che ti osservano da dietro un giornale, nascosti dall’apparenza di un gesto banale, pronti a urlarti cosa fare, cosa non fare… soprattutto cosa non fare. E molto più facile dire ‘NO’ piuttosto che ‘SI’. I giudici dei corridoi che quando passi chiedendo permesso ti guardano con odio come per dirti “Si mi sposto ma non hai idea del favore che ti sto facendo”, “Ma devo scendere”, “Chissenefrega….”.  I giudici che scrivono le lettere anonime… tutti uguali dovunque andiamo.
I treni puzzano, anche quelli nuovi, ed è un’odore che ti resta anche dopo esserti fatto una doccia, un odore che si annida nelle tue narici e ti resta dentro per un po’ e non c’è profumo che tenga. I treni puzzano e puzzano le persone, puzzano di vita. Ed è un odore intenso di storie da raccontare, di storie da percepire ed assaporare, storie di dolori mal celati, di felicità dimenticate, di amori persi e ritrovati, di solitudini, di tempeste, di mocassini su una strada, di biciclette rotte, di credenze piene di altri ricordi, piccoli gingilli di battesimi, comunioni, cresime, matrimoni, bomboniere di una vita, punti di riferimento temporali. E’ una puzza che lascia il buono di se alle spalle, storie, bellissime storie. In treno ogni tanto ci si trova, ci si guarda, ci si parla da perfetti sconosciuti e ci si racconta che nemmeno un amico e non si mente. A volte si sta in silenzio per tutto il viaggio leggendo un libro. Con la chitarra appoggiata sul portabagagli in silenzio. Qualche volta se siamo soli si suona. Qualche volta, soprattutto se è notte, si canta. Qualche volta si dorme ma è un sonno che non ha sogni. Qualche volta…

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Saturday, August 27, 2005

Il Viaggio (1)

Che differenza c’è tra un racconto ed un romanzo, la lunghezza? Questo racconto,  nato inizialmente per la Gazzetta degli imbecilli, trae spunto dalle normali vicissitudini di un viaggiatore per trasformasi lungo la strada in un tentativo di thriller senza vittime. E’ un tentativo come tentativi sono tutti quelli che vediamo ogni giorno buttati sullo scaffale di qualche libreria, solo che io non ho sporcato montagne di carta. Sono un ecoscrittore ma non nel senso di Umberto Eco o Ecologico ma nel senso di suono che ritorna….

IL VIAGGIO (1^ Puntata)
Per tutti quelli che non si sono mai persi.

Il viaggio sarà lungo ma sono pronto ad affrontarlo, in borsa pochi ma comodi indumenti, un fischietto (che non si sa mai), un quaderno a righe ed uno a quadretti, una penna biro blu ed una rossa, un dizionario di italiano ed uno d’inglese, un cd di Cliff Eberhard e uno di Lucy Kaplanski, un paio forbici, un coltellino multiuso svizzero preso con i punti dell’esselunga, un pupazzetto porta fortuna ed uno porta sfiga. Poi la mia hitarra, non nella borsa scemi, in tasca qualche plettro, nella custodia una muta di corde (non si sa mai), un barrè, un quaderno di canzoni… non riesco mai a impararle a memoria, un autoadesivo di www.imbecilli.it, ne ho ancora un po’ da parte… merce sempre più rara, gli imbecilli stessi sono razza in via d’estinzione. Nel portafoglio la patente, la carta d’identità, la tessera di allenatore, quella di blockbuster, vale in tutto il mondo, sapete, potenza della globalizzazione. Una carta di credito, 100 Euro in contanti, un assegno, l’immaginetta di San Cristoforo, una moneta da 500 lire per il carrello della spesa al super (perché usare 2 euro?), una lettera mai spedita ed una mai ricevuta. Nel cervello una paio di speranze, e un po’ di rimpianti e due o tre rimorsi.
Un viaggio è sempre un’avventura, anche se si va poco lontano. E’ un’avventura perché si sa da dove ma non si sa verso dove, chi si incontrerà, chi feriremo, chi ci ferirà, chi faremo felici, chi farà felici noi… Un viaggio può atterrire di paura, può finire appena iniziato, può non finire mai fermi per l’eternità aspettando che arrivi un pullman in un tramonto rosso (ehehehhe).
Questo viaggio è una scelta di locomozione. Macchina, aereo, treno, moto, bicicletta, piedi, mani, pensieri, parole, opere e omissioni… una confessione in cui, ad ogni città, chiedere la strada a qualcuno, e ingrossare le fila di quelli da ricordare la sera quando si dicono le preghierine e a cui mandare gli auguri durante le feste comandate. I bambini queste cose le sanno fare bene e sanno anche che ogni volta che suona un campanello da qualche parte un altro bambino ha perso la cintura con le pistole, le manette e la bomba a mano piena d’acqua. Follie estive aggrappati a qualche liana nei pressi di un biancospino. Oh Valentino.
Partirò, partirò domani o forse dopodomani, dipende dal tempo, dall’umore, dal primo accordo che suonerò. Un maggiore si parte, un minore si resta, una settima si parte in macchina, una settima maggiore a piedi saltellando… uno strano che non capisco di quelli che paiono inventati dal diavolo e si va in prigione senza passare dal via e ci mancheranno 20.000 lire per pagare la sosta in Via Verdi e dovremo ipotecare Bastioni Gran Sasso e la Stazione Est, quella delle speranze. Mai ipotecare delle speranze, soprattutto di notte mentre siamo da soli nei giardinetti della nostra insanità.
Questo viaggio è una resa dei conti con il destino, quello infame che ha reso viscido lo scivolo su cui stavate cercando di salire e che ancora adesso da qualche parte porta il segno del vostro naso che sanguinava. Vecchie memorie che segnano il corpo ma soprattutto la mente insana che ci portiamo appresso. Idea e pensiero di note portate dalla genuina speranza che qualcuno si ricordi… di cosa… e perché… e dove…  ma quando. Nulla. Si. Da nessuna parte. MAI. Ma che cosa? BO!

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Friday, August 26, 2005

I pensieri del giorno dopo (7)

Appunto 7
 (Pensieri sparsi su quello che è stato e sarà considerando
che è solo una questione di fogli di carta e cassette della frutta)

Ogni momento è unico. Adesso sto bene. Abbastanza bene. Rassegnato, solo come è giusto che sia e in compagnia come sarà per sempre.

Passa?

E poi il momento è arrivato. Lasciati, un messaggino, due parole di commiato, non mi servi più, ne posso fare a meno, lasciami perdere, lasciami stare, che cazzo vuoi. Un susseguirsi di parole, di semplici e tragicomici eventi. E gli ho pure regalato un cd, come un papà che pensa con due lire di confermarsi l’affetto di una figlia che se ne sta andando. Sei il solito stupido, ed ora dovrai riconquistarti le tue cassette. Ci riuscirai o faranno la fine delle poesie a quella la?

Certo che sentirsi così è strano!

Buonanotte….

Sogno numero 1) Lei che mi corre incontro e mi bacia
Realtà numero 1) Lei che arriva e abbassa gli occhi
Sogno numero 2) Lei che mi sussurra in un orecchio ti voglio bene
Realtà numero 2) Lei che mi dice: “Ci sentiamo”
Sogno numero 3) Lei a casa che mi pensa
Realtà numero 3) Lei a casa che dorme

Le scuse… L’unica cosa vera, la mia collezione di gufetti.

E se la condizione migliore fosse quella di essere perennemente innamorati di chi capita capita?

Sveglia va.

L’auto è ferma al semaforo lampeggiante. Sono le quattro e ventiquattro del mattino, alla mia destra un mare di cassette di legno di un mercato di frutta e verdura, è quasi ora di ricominciare. Alla mia sinistra fogli di carta che il vento sta spingendo verso il centro della strada, probabilmente volantini di una manifestazione di sindacati riuniti o una pubblicità di qualche corso per corrispondenza. Sul sedile alla mia destra “Guerra e pace” e una collana di finti denti di squalo. Mi accendo una sigaretta, l’ultima della giornata precedenta o la prima della giornata che inizia?
Scendo, prendo una cassetta, ”no questa no che è sporca prendo quest’altra”,  e la metto nel bagagliaio, l’occhio mi va su un volantino svolazzante, lo fermo col piede, lo raccolgo, lo leggo: “Corsi regionali di informatica aperte le iscrizioni”,
“Quasi quasi domani mi iscrivo”, penso. 
Getto via la sigaretta. La brace forma un arco perfetto e finisce su un cumulo di sporcizia per spegnersi. Sono le quattro e trentadue. “Chissà se Nerone si sarebbe divertito a bruciare questa città?”

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Thursday, August 25, 2005

I pensieri del giorno dopo (6)

Appunto 6
(Dove il nostro (+) dialoga con se stesso (-) e il se stesso è molto critico con lui
ma lui, come al solito, non capisce)

- Perché non ne parliamo un po’?
+ Me non è che ci sia poi molto da dire, è iniziato tutto per caso, senza che lo volessi e…
- E?
+ E così pare finita.
- In che senso.
+ Nel senso che è una cosa impossibile, che non può essere, vuoi per la differenza di età, vuoi per il fatto che sono già accompagnato, vuoi per il più semplice fatto che non so esattamente quello che voglio?
- E lei?
+ E lei se ne è resa conto un po’ troppo tardi, nonostante i miei avvertimenti ed ha fatto il danno.
- Cioè?
+ Mi ha fatto innamorare e poi, com’è giusto, mi ha relegato nel mondo dei sogni. Ed io l’ho fatto, consapevolmente, pensando di riuscire comunque a gestire la cosa ed ora ci sto male.
- Be cosa c’è di strano. Sapevi come sarebbe andata a finire.
+ Lo sapevo ma era bello buttarcisi a capofitto, ma non mi aspettavo che finisse così in fretta, sempre che sia finita veramente.
- Non credi?
+ No credo di no, è una cosa troppo forte perché sia finita. Mi fa male il fatto di essere finito in soffitta. Come l’orsacchiotto di Christopher Robins una volta che il bambino è diventato grande.
- Non è che sei solo geloso.
+ No sono invidioso, invidioso di chi può baciarla, invidioso di chi può parlarci liberamente, invidioso di chi la può accudire e vederla crescere, invidioso di chi può decidere, in parte, del suo futuro. Invidioso di chi può frequentarla regolarmente mentre io posso solo immaginarla.
- Allora il problema è solo fisico.
+ No mi manca anche tanto la sua presenza. E mi manca il poter parlare con lei liberamente, mostrandomi per quello che sono e non per quello che dovrei essere. Per un po’ ci siamo riusciti poi è successo qualcosa, magari un bacio che non doveva esserci, magari una frase di troppo…
- Magari il fatto che non potevi soddisfare le sue esigenze…
+ Sicuramente anche quello.
- E allora…
+ Non lo so, andiamo avanti e vediamo cosa succede, facciamo l’orsacchiotto finché regge. Poi chissà magari, un giorno, quel giorno ci vedremo come ci siamo visti per pochissimi istanti. Veramente noi, veramente unici. Oppure nella prossima vita.
- Ma tu ci credi veramente.
+ No! Ma voglio crederci.
- E la canzone.
+ E’ tutta e solo per lei, ma non penso che la sentirà mai.
- Perché?
+ Perché una cosa è la speranza, un’altra la realtà.
- Riuscirai a dormire stanotte?
+ Penso di no.
- E il chiodo scaccia chiodo?
+ Potrebbe succedere, ma di solito quando mi innamoro lo faccio per un tempo abbastanza lungo.
- Allora ti resta solo quel giorno
+ Probabilmente si, ma non succederà nulla. Ne sono certo.
- Proprio sicuro.
+ No.

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Wednesday, August 24, 2005

I pensieri del giorno dopo (5)

Appunto 5
(Dove si discute di promesse e carnefici che legano vittime
ma chi sia la vittima e chi il carnefice non ci è dato sapere)

Come si fa a legare a se una persona per sempre. E’ facile, basta fargli credere qualcosa e poi dirgli cose del tipo “Mi penserai ogni volta che c’è la luna piena” e tu come un cretino lo farai. Ogni volta che c’è la luna piena penserai a lei e già che ci sei penserai a quello che sarebbe potuto essere se… se, il solito se.  Ogni volta uguale, ogni volta la stessa cosa. La guardi, lei ti guarda, tu pensi e non sai cosa pensa lei. I suoi occhi e poi se… se, il solito se.
E resti legato ad una promessa, ad un pensiero, ad una nota. E ci resti legato per sempre e sai già come finirà. Quel giorno tu l’aspetterai e lei, come è ovvio, non arriverà e tu tornerai da chi c’è, e che è giusto che ci sia.
Ma non potrai piangere, perché non c’è motivo per farlo, e non potrai riderne, perché non ne sei capace. Potrai solo sognare e pensare che se quel giorno invece di pensare avessi fatto e se… se, il solito se. Un’isola che deve essere da qualche parte, non solo nei tuoi pensieri. Li, da toccare, da vivere, da sognare ma perché il sogno è pura realtà e non solita ed inutile fantasia. Perché si arriva ad un età in cui hai ancora tanto davanti ma troppo dietro e quello che hai dietro è dietro, cazzo, e nessuno , niente, potrà mai farti riavere il passato. Ovvio banale ma se… se, il solito se.
E lei è la fuori da qualche parte, e tu la pensi, la pensi perché così lei ha voluto, la pensi e vorresti non pensarla ma averla vicina, fuori da quella galera che ci siamo creati, fuori come quella volta che sei uscito per cercarla e sapevi che era meglio tornare a casa ed infatti lo hai fatto senza più trovarla, senza più vederla, senza più mangiare quella pizza, perché così lei ha voluto. Ma se… se, il solito se.
Ridi idiota, tanto tu sei forte e non ci resti mai male. Ridi coglione!

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Tuesday, August 23, 2005

I pensieri del giorno dopo (4)

Appunto 4
(Ovvero la sveglia ha suonato da un pezzo ma le riflessioni del dopo, 
portano ad una domanda retorica
)

Strano ogni volta che sono innamorato c’è qualcosa che impedisce il normale svolgersi degli eventi. Come se ci fosse una maledizione alle spalle, o qualche lurido peccato da scontare. Una condanna alla difficoltà della vita. E successo sempre così, tanto che della donna che amo non sono mai stato innamorato. O forse così mi sembra. Ma anche con Barbara non è successa la stessa cosa, non ti sei innamorato dopo?
Già è vero, forse il problema è proprio quello. La soddisfazione del desiderio contro l’insoddisfazione dello stesso. Da una parte gli “amori” impossibili, che lasciano lunghi strascichi, tenere e intense canzoni, struggenti e stupide poesie. Dall’altra parte la routine della frequentazione, il solito che diventa abitudine, l’intimità che non è più scoperta. In poche parole quello che sarebbe potuto essere contro quello che è e non potrà più essere. Ma è proprio così?

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