Tuesday, September 13, 2005

Parole (3)

Amed si svegliò. Fuori era ancora buio, guardò le stelle e non si sentì chiamare. Strano era sicuro che qualcuno l’avrebbe chiamato. Invece solo il silenzio di una delle ultime notti di questo pianeta morente. Uno scherzo, pensò, uno scherzo crudele di un Dio impazzito dal dolore per la scomparsa del suo popolo. L’unica vendetta che poteva ancora prendersi, prima di scomparire nell’oblio insieme al suo popolo.

L’invincibile comandante della ‘Stella del Sud’ fiero delle sue medaglie che distrugge il pianeta simbolo dell’umanità. Solo uno scherzo crudele….

Un Dio che noi non conosciamo, e che nessuno conoscerà mai più.

 

…’Amed girati e guardami’ sussurro una voce di donna.

Il vecchio comandante, il nuovo cane randagio, si girò lentamente ed incredulo la vide, bella come la luce di un atteso mattino, terribile come il destino di un pianeta che gira attorno ad una stella impazzita.

‘Chi sei ?’, ovvia la domanda.

‘Un Dio’ meno ovvia la risposta.

‘Non prego da secoli, ed il mio Dio non è un donna’ disse Amed in preda ad una sconfortante stanchezza di vivere.

‘Il tuo Dio Amed, il tuo Dio è fortunato. Tu non preghi da secoli ma sai di che sesso è. Strano Amed, molto strano, se vuoi posso essere un uomo, o posso essere un sole, o posso essere te sterminatore di pianeti e creature, conquistatore di cuori ed ora stupido cane randagio ultimo rimasto su di un pianeta morente. Il tuo pianeta, come io rimasi da sola sul mio’

‘Un Dio non parla ad un cane randagio’ rispose Amed ‘un Dio guarda le cose succedere, un Dio senza il suo popolo… non è più un Dio’.

‘Amed ti ricorderai di me?’

‘Forse è il tuo unico modo per non scomparire?’

‘Amed ti ricorderai di me?’

‘Non potrò dimenticare la tua bellezza’…

 

Ancora un volta quel maledetto sogno, sempre uguale, sempre lo stesso da dieci anni in qua. Cristallino nel ricordo, stupido nello svolgimento, angosciante nel risveglio.

‘Madio svegliati’ urlò Amed e vedendo l’amico aprire gli occhi aggiunse, ‘è ora di andare’

Con una smorfia di dolore l’amico fedele emerse dal suo sonno, si avvicinò al fuoco per scaldare le ossa rattrappite dal freddo pungente della notte. Ormai si rifiutavano di dormire nel dormitorio pubblico, c’erano troppi rumori di ricordi lontani tra le brande dello stanzone principale, e bastava un silenzio di meno per fare urlare impazzito Madio. Cosi avevano deciso di camminare e di dormire all’aperto, il loro stomaco di guerrieri era in grado di mantenerli vivi sintetizzando le sostanze vitali di cui avevano bisogno dall’ambiente circostante, bastava che ci fosse aria da respirare. Ma volendo si poteva fare a meno anche di quella.

‘Amed è ancora buio perché vuoi andare’ bisbigliò lamentoso Madio.

‘Raccogliamo le nostre cose e andiamo, dobbiamo camminare.’

C’era ben poco da raccogliere se non due vecchi kit di sopravvivenza che non venivano usati, ormai, da più di dieci anni, ma che loro custodivano gelosamente.

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Parole (2)

 

Le stelle…
Lo spazio tra una stella e l’altra, pieno solo dell’essenza del nulla, pervaso di atmosfere magiche, solitarie, prive di vita e piene di silenzio. Il silenzio di ogni giorno, il silenzio tra noi, il freddo silenzio di un ricordo di malinconica tristezza per ciò che è stato, per ciò che sarebbe potuto essere…
Una canzone che ci riempie di allegria,
una canzone che ci riempie di tristezza,
dovunque siamo,
chiunque siamo,
dovunque l’ascoltiamo.
comunque l’ascoltiamo.
 
Guardami.
Non ho armi con me,
non voglio e non posso farti del male
voglio solo che mi guardi.

Svegliati e osserva le stelle,
c’è ne una che ti aspetta,
c’è ne una che ha bisogno di te
vogliamo solo che ci guardi.

E Lei si svegliò. Guardò per un attimo le sue mani e pensò a chi era stata. Girò la testa verso destra e vide un pianeta morente, la girò verso sinistra e vide una mano tesa verso un’altra, guardò di nuovo la sua mano e  ricordò chi era.

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Tuesday, September 6, 2005

Parole (1)

Lontano, alle frontiere dell’Impero, vicino ad una stella morente troviamo il pianeta più desolato dell’intero universo conosciuto. Un po’ d’acqua, maledettamente poca, un sacco di ammoniaca, maledettamente tanta, un bar, maledettamente sporco. Al bancone una barba, con due occhi cisposi, una bocca con denti sporchi, radi, e frastagliati, l’idea di un naso che c’era ed ora non c’è più; una pistola laser, logorata da anni di battaglie appoggiata vicino a due braccia che potrebbero sollevare un’astronave, ma non lo possono più fare. A destra, vicino ad un vecchio Juke-box terrestre, un tavolino, due bicchieri stranamente puliti, due vecchi kit di sopravvivenza, due contenitori di pelle ed ossa per due anime che ne hanno viste di tutti i colori, e non sanno più cosa dire, aspettano.
Uno dei due contenitori si alza, mette due crediti nel Juke-box, schiaccia due numeri , sempre gli stessi, torna al suo posto. Incomincia una vecchia canzone, ‘Wasted and wounded, it ain’t what the moon did…’. (1)
‘Amed ti ricordi le battaglie ad Orione, i vascelli sventrati dai missili protonici, le …’.
‘Idiota stai zitto, io mi ricordo solo quello che ho appena visto, e l’ultima volta con…’.
‘To go Waltzing Matilda, waltzing Matilda, you’ll go Waltzing Matilda with Me…’. (2)
Fuori dal bar si sente un astronave decollare dal vicino astroporto, anche gli ultimi se ne stanno andando. La barba guarda la sua vecchia pistola, appoggia il mento sulla guida della sua carrozzella, e mentre urla qualcosa di incomprensibile al suo vecchio roboservitore si avvia verso la porta. Passa, quasi per caso, vicino ai due unici avventori, li guarda, fa un ghigno strano e gli dice ‘Secondo me siete degli stupidi a restare qui, fra meno di due anni il pianeta salterà in aria con tutto il sistema, e quella che sta per partire è l’ultima astronave, cosa volete fare…’.
‘Senti oste’, risponde Amed, ’siamo noi che restiamo, siamo noi che moriremo. Vai pure nessuno ti ferma…nessuno ha bisogno di te, e nessuno ha bisogno di me tranne forse questo mio stupido compagno. Per cui addio e non telefonarmi quando arrivi, tanto non rispondo a nessuno.’ e dette queste ultime battute ride fragorosamente, mentre l’oste riparte  verso la porta insieme al suo cigolante roboservitore.
‘The fugitives say that the streets aren’t for dreaming now…’ .(3)
Il sole morente del pianeta desolato si abbassa all’orizzonte, un rosso tramonto che a tratti ricorda quello della vecchia terra. ,se non fosse per un sole impazzito. L’ultima astronave sta partendo, e con essa la speranza, che nessuno ha chiesto e nessuno ha voluto. Amed trascina il proprio compagno verso il dormitorio pubblico, è strano come i nomi non cambino mai, restando appiccicati alle cose anche quando la realtà le cambia, forse è un modo per rimanere ancorati a momenti che desideriamo più di ogni altra cosa e che invece sono irrimediabilmente svaniti. E’ dieci anni ormai che è cominciata la diaspora, c’erano più di cinque miliardi di persone su Bakestan 3, e tutta viveva nella ristretta fascia equatoriale del pianeta, un tempo la parola pubblico significava feste, concerti, calcio, qualche amore consumato in fretta in una casa di pubblico amore,  ma pur sempre consumato. Dopo il disastro è significato la fuga, la ricerca disperata di un modo per andarsene in carrozza piuttosto che da sfollato, ma restava sempre il suo antico significato, confortato dalla presenza di un pubblico che non esiste più in questo posto privo di speranza, che nessuno ha chiesto e nessuno ha voluto.
Ci sono solo fantasmi a far compagnia ai due vecchi amici. Loro ne hanno viste di tutti i colori. Hanno combattuto nelle due grandi guerre contro i Cracnai, hanno visto interi pianeti morire sotto i colpi mortali dei loro splendidi vascelli, hanno visto soli ingoiare intere flotte nella splendida follia della vittoria. C’erano due civiltà nella galassia, esistevano contemporaneamente, una ha vinto, l’altra è morta, ingoiata dalla follia della parola, dalla noia della morte, dal parossistico desiderio di… nessuno in realtà si ricorda perché la guerra è iniziata, solo qualcuno si ricorda come è finita. Amed c’era quando è iniziata e c’era quando è finita, comandava la Stella del Sud, la più splendente nave della galassia, la nave che nei mille anni della guerra distrusse più pianeti di tutte le altre navi messe insieme, vanto e gloria della civiltà umana, terrore e fine della civiltà Crancna, spazzata via nei dieci anni della ‘Soluzione definitiva’, causa anche della morte del pianeta su cui ora Amed ed il suo compagno camminano lentamente verso il dormitorio pubblico.
‘Amed ieri sera l’ho vista di nuovo, non puoi immaginare come fosse bella, mi ha parlato e mi ha detto che non è stata colpa nostra, che è stato solo una caso, solo un beffardo tiro del destino.’
‘Madio piantala, non c’è nessuno su questo pianeta oltre a noi, e nessuno può dire che cosa è successo quel giorno. Ieri sera in città c’erano solo due persone, gli altri erano all’astroporto in attesa di partire, ed in ogni caso non c’era nessuna donna con loro.’
‘Amed l’ho vista, e non era un sogno. Tu dormivi e lei si è avvicinata a noi ed ha parlato…’.
‘I knew a man Bojangles and he’d dance for you…In worn out shoes’.(4)
Una canzone, sempre la stessa, trasmessa alla stessa ora da 10 anni, a ricordo di quel comandante che, ubriaco, sbucò dall’iperspazio all’interno del Sistema di Bakestan, compromettendo per sempre il precario equilibrio della stella. Era una legge nota anche ai bambini, l’uscita dell’iperspazio deve avvenire a non meno di due volte la distanza del sole dal pianeta maggiore, altrimenti la lacerazione del continuo Spazio-Temporale, può trasformare una Stella in Supernova, e di conseguenza distruggere il Sistema nel giro di pochi anni.
Quando la Stella del Sud sbucò all’interno del sistema di Bakestan, a meno di un minuto luce dal terzo pianeta, a tutti venne in mente che la possibilità di cui sopra era prossima allo zero, ma a tutti venne anche in mente che, “Se qualcosa può succedere, succederà” (5) .L’inchiesta, che durò sei mesi, oltre a scoprire che l’irreparabile era effettivamente successo, non riuscì a capire per quale diavolo di motivo la Stella del Sud, in barba a tutti i sistemi automatici di sicurezza, avesse fatto quella follia. Il punto era che solo il comandante della nave poteva disattivare i sistemi di controllo, ed era materialmente impossibile, ad un comandante ubriaco portare a termine quell’impresa. Resta il fatto che la cosa avvenne, il mitico comandante Amed, eroe invidiato da tutti, aveva causato la distruzione del Sistema Bakestan e, nonostante l’inchiesta non fosse riuscita a dimostrare le sue responsabiltà, l’opinione pubblica dell’impero non solo lo ritenne responsabile, ma lo costrinse alla più bieca umiliazione, il declassamento allo stato di ’subalterno’ senza diritto di sussistenza. In pratica un cane randagio.
‘…ha detto che i sistemi di sicurezza furono disattivati dall’esterno della nave e…’.
‘Madio piantala, smettila, finiscila.’
‘… che qualcuno di molto più forte di noi sta controllando la nostra vita e … ‘.
‘Smettila una volta per tutte, smettila’.
‘…che vuole parlarti…’!

(1) Perso e ferito, non è colpa della Luna… (Tom Waits, Tom Traubert’s Blues da Small Changes, 1976)

(2) per portare Matilde a Ballare, balliamo Matilde, tu ballerai Matilde con me (vedi nota 1)

(3) I fuggiaschi dicono che le strade non sono più per i sognatori…(vedi nota 1)

(4) Conoscevo un uomo. Bojangles, e avrebbe ballato per te… In scarpe sdrucite (Jerry Jeff Walker, Mr.Bojangles da Mr. Bojangles, 1968)

(5) Vedi “La legge di Murphy”

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Wednesday, August 31, 2005

Il Viaggio (6)

Il Viaggio (6^ puntata)
Epilogo e… perché?

Perché si uccide un essere umano e se ne risparmia un altro? Perché organizziamo con meticolosa perseveranza il nostro delitto perfetto e poi all’ultimo minuto cambiamo idea e risparmiamo i capelli biondi e improvvisiamo una nuova strategia su dei capelli neri? Che cosa non ci convince in quel biondo? Che cosa ci attrae in quel nero? Domande a cui non si può rispondere, a cui è inutile rispondere tanto abbiamo già fatto tutto e se, per caso,  ricominciassimo tutto da capo rifaremmo tutto diverso, un insolita beffa.
Il nostro viaggio a volte arriva a compimento ma è solo l’inizio di un viaggio ben più lungo, strano, assurdo probabilmente inutile. Il coltello sempre nella nostra tasca, la chitarra nella sua custodia, la valigia aperta e richiusa un innumerevole numero di volte, il nostro è un delitto perfetto, perfetto perché non c’è vittima, non c’è reato da perseguire, è l’organizzazione di un delitto nei minimi particolari in cui ogni volta arriviamo ad un passo dalla vittima, stringiamo il coltello pronti a tagliare quella gola e poi… cambiamo obiettivo, senza una ragione, senza un motivo apparente. Non c’è morale, non c’è rimorso, non c’è pentimento, c’è solo un cambio di piano dell’ultimo momento, non ci attirano più i capelli biondi, adesso inseguiamo quei capelli neri.  Non c’è vittima, non c’è nessun reato… c’è l’organizzazione del delitto perfetto. Non ti ho tagliato la gola!
Ma gli occhi che abbiamo guardato ogni volta ci restano dentro per sempre. Lei non sapeva nulla e noi avevamo organizzato tutto per ucciderla in una sera d’estate, durante un acquazzone o sotto un cielo limpido di una mattina assolata, mentre correva per ripararsi o passeggiava tranquilla nel silenzio dei propri pensieri con uno sguardo appena a quell’uomo con una mano in tasca, una borsa a tracollo e una custodia di chitarra che le veniva incontro. Una chitarra in mano da sicurezza a chi ci guarda, uno che suona ha altro a cui pensare, uno che suona non può essere un assassino, uno che suona… può essere un grosso pezzo di merda e si avvicina per tagliarvi la gola. Ma voi non lo saprete mai mentre noi, oramai, viaggiamo verso dei capelli neri, la chitarra sempre nella sua custodia e il coltellino multiuso svizzero nella tasca. Se vi dicono che con un coltellino multiuso svizzero non si può uccidere non credeteci, mai!
Camminare è parte di un viaggio, guardarci attorno per individuare case, portoni, vie di fuga, possibili intoppi fa parte del disegno di un delitto. Ogni strada porta a mille altre strade e non si può prevedere tutto e allora si deve semplificare il più possibile e se c’è una chiesa semplifichiamo anche la nostra coscienza.

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Il Viaggio (5)

IL VIAGGIO (5^ Puntata)
Chissà se qualcuno comprenderà, non è vero commissario?

Mi chiedo spesso quale profondo significato attribuire al soffocato trascorrere del tempo e immediatamente dopo mi appare ,in un angolo in basso a sinistra del mio pensiero, l’immagine sfocata del bambinello che con un secchiello voleva svuotare il mare mettendo l’acqua nella buca che aveva scavato in riva allo stesso. Inutilità di una riflessione, di un’azione, del mio viaggio.
La sto seguendo ormai da due ore, il biondo ha sempre attivato sinapsi di novità. I gesti sono quelli misurati della grande vedette, di chi fa sapendo che qualunque cosa fa la fa bene perchè la sua bellezza svia dalla critica e le sue tette distolgono comunque lo sguardo del viandante, qualsiasi cosa ella faccia. Eppure non mi incanta, i capelli ciondolano mentre cammina, i fianchi estrapolano pensieri…. non sa che cosa l’aspetta ma di sicuro sa chi. Lo sanno sempre nella loro incalzante sicurezza.
Ogni via è uguale ad ogni altra le cambiano solo la meteorologia locale, ogni spazio libero verrà presto occupato da inutili comparse, siano essi alberi o mattoni traforati. Una macchia di sangue, quando piove, si espande quasi senza lasciare tracce ma anche le trovassero cosa cambia. Ci raccontano che il delitto perfetto non esiste, balle, di quanti delitti trovano veramente i colpevoli, quelli veri dico, non il primo sfigato che passa di li per caso e poi magari lo buttano da una finestra.  Come faccio a saperlo: “Be’ sono un viaggiatore solitario e nessuno mi ha ancora fermato!”.
Il tempo è cambiato, volge al brutto,  il vento scompilglia capelli, camicette, gonne, alza foglie, polvere, carte, alcune con su scritte chissà quali fondamentali verità. Un prima goccia allarma il viandante che allora comincia ad affrettare il passo, anche la bionda porta una mano alla testa, bastasse una mano a ripararsi, abbassa il capo e veloce per la via… e io dietro, la mano sinistra porta la custodia, la destra in tasca che stringe forte un coltellino svizzero.
Adesso la supero e vado oltre svolto per una strada secondaria, la seguo precedendola, so dove va. Il delitto perfetto lo si studia fin nei minimi particolari ma anche se un particolare sfuggisse non se accorgerebbe nessuno, non è vero commissario? Mi fermo e mi accuccio per allacciarmi una scarpa, mi si slacciano sempre, comincia a piovere forte, il coltellino svizzero adesso non è più nella mia tasca, è in mano, aperto. Lei mi sta raggiungendo, mi guarda, i nostri occhi si incrociano, per l’ultima volta. Stupore.

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Tuesday, August 30, 2005

Il Viaggio (4)

IL VIAGGIO (4^ Puntata)
Intermezzo su un tappeto volante

Inutile parlare delle sensazioni di un viaggio, un viaggio è fatica, un viaggio è attesa, un viaggio solitario è molto spesso noia anche quando cerchiamo in uno sguardo la possibilità di un incontro. Il susseguirsi delle stazioni, il salire e scendere, l’uscire e l’entrare, volti a volte tumefatti dalla fatica, odori, sensazioni, peso di bagagli, cinghie che lacerano, maniglie che feriscono, scarpe che gonfiano piedi, vesciche che ci riportano ad antiche sensazioni… ci vorrebbe un tappeto volante che ci porti dove desideriamo nel tempo di un: “Ciao, ci si vede”.
In un viaggio non c’è mai una vera colonna sonora ma un insieme di colonne sonore, fatte dai rumori più improbabili e mai veramente codificati, il 9/8 del treno “wheels were playing fast in 9/8 time” che danno il tempo al suo trascorrere, voci soffuse, l’effetto doppler di un altro treno che ci viene incontro, rumori che ci inventiamo guardando fuori dai finestrini… ci vorrebbe il vento che ci passa attorno mentre il nostro tappeto volante ci porta dove desideriamo nel tempo di un: “Guarda, una stella cadende, esprimi un desiderio”.
Anche quando camminiamo, arrivando o partendo, ascoltiamo il battere e il levare delle nostre sensazioni. Musica che non ha note ma solo i ritmi del susseguirsi degli eventi che compongono il nostro viaggiare.  Il freddo e il caldo, il pieno ed il vuoto, il silenzio ed il rumore in un susseguirsi continuo di diversi stacchi che alla fine formano il film dei nostri ricordi, dei nostri deboli ricordi che, a volte, sfumano in un più semplice “Ti ricordi come faceva caldo quel giorno… quando sei arrivato… quando sei partito”. Ci vorrebbe una trama a raccordare tutte le sensazioni  del nostro viaggio come in un tappeto volante dai mille e più disegni intessuti da mani esperte e infusi da una magia per portarci laddove desideriamo giusto il tempo di un: “Un toast e una birra per favore…”
Una lacrima versata è una lacrima persa in un deserto di sensazioni dove è meglio serbare per se ogni emozione. Nel nostro viaggio non c’è tempo per le emozioni perchè ogni emozione non ha finalità e noi dobbiamo arrivare, dobbiamo partite, dobbiamo muoverci e prima lo facciamo prima concludiamo la nostra attesa. Ma è nell’attesa l’essenza stessa del nostro viaggio, negli interminabili minuti passati ad aspettare che il tragitto abbia inizio e che poi abbia la sua conclusione e allora prendiamo al volo un tappeto volante che ci porti laddove desideriamo nel tempo misero di un: “Maramao perchè sei morto, pane e vin non ti mancava…”

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Monday, August 29, 2005

Il Viaggio (3)

IL VIAGGIO (3^ Puntata)
Per tutti quelli che sono ad un bivio e hanno già scelto

Quante volte durante un viaggio incontriamo un bivio? Ogni volta una domanda senza risposta, una scelta dettata più dal caso che dalla ragione perché, per quanto ci piaccia barare, un fatto lo riusciamo a razionalizzare solo dopo il suo compimento e allora in aria la monetina e via senza rimpianti… Ma quante volte ci viene da chiederci e se fossi andato di la? Una moltitudine di universi paralleli in cui sono contenute tutte le scelte che abbiamo scartato. “Dove vado a destra o a sinistra?”, “Bevo un caffè o un bicchier d’acqua?”, “Vado dietro a quai capelli biondi o a quei capelli neri o a tutti e due?”.
Quando si scende da un treno abbiamo lasciato qualcosa in quella carrozza, magari un compagno occasionale a cui abbiamo narrato insostenibili e banali verità esistenziali, magari una sciarpa, magari un paio di occhi in cui ci siamo persi per un po’ e ci hanno fatto sognare uno svolgimento diverso del nostro pellegrinaggio perenne. Una volta ho messo una sciarpa per mesi perchè Robbie Robertson la portava in “The Last Waltz”, stesso colore, stessa lunghezza, guardavo e riguardavo quelle immagini e cercavo di diventare quella foto, quell’istante, quel tocco di chitarra, quelle note, quelle parole “Has anybody seen my lady, This living alone will drive me crazy, Oh, you don’t know the shape I’m in”… poi durante un viaggio quella sciarpa si separò da me mentre mi perdevo dietro un paio di occhi sotto dei capelli biondi. Cosa sarebbe stata la mia vita se non avessi perso quell sciarpa? Cosa sarebbe stato se? Se?
Quando si lascia una stazione si entra in un mondo nuovo, se è sera poi il mondo è anche illuminato, se è notte ci si sente un po’ più soli ma in certo senso rassicurati: poche macchine per strada, pochi viandanti, la notte appartiene al male, agli assassini, alle puttane, ai Dj, alle voci che parlano di cose misteriose, a me che scrivo, a volte suono, di solito parlo… osservo. Le cose che si vedono di notte, all’arrivo in una città nuova, alla mattina non appaiono più, si perdono come se il sole le cancellasse per farci perdere quei pochi punti noti in una realtà sconosciuta, meravigliosamente sconosciuta. La notte rassicura il giorno ci scopre nudi, senza difese, in un mondo alieno, non nostro, tutto è da scoprire, edifici familiari perchè magari visti in qualche foto ma che alla prova della realtà ci appaiono diversi da come ci sembravano, noi non siamo di questo pianeta oppure siamo tornati un po’ più bambini quando bastava una foglia che cadeva da un albero a farci stupire. Il bivio è stupore per quel che possiamo trovare rimpianto curioso per quello che avremmo potuto trovare.
Allora torna, consolatrice, l’immagine dell’universo parallelo in cui stiamo vivendo questa stessa vita e per ogni scelta un possibile svolgimento e man mano che andiamo avanti gli universi diventano sempre di più perchè sempre di più sono le scelte che abbiamo fatto. Il paradiso del viaggiatore solitario lo immagino come il luogo in cui ci viene data la possibilità di esplorare tutti questi universi e di sapere cosa sarebbe successo se… l’inferno come il luogo dove percorrere eternamente ed interrottamente la stessa strada senza mai un dubbio su dove stiamo andando.
Cammino per questa lunga strada in solitaria incoscienza non so dove approderò veramente, so che sto andando, la mia chitarra fedele compagna, un coltellino passato dalla borsa alla tasca.

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Sunday, August 28, 2005

Il Viaggio (2)

IL VIAGGIO (2^ Puntata)
Per tutti quelli che non sono mai partiti.

La partenza avviene sempre con la pioggia, non so perché, deve essere una specie di maledizione che colpisce  noi viaggiatori solitari, oppure, al contrario, è la benedizione che ci manda un dio benevolo per aiutarci a nascondere quella lacrima che, a volte, scappa mentre ci guardiamo le scarpe per non farci sopraffare da quello che lasciamo.
La partenza è un addio mai un arrivederci perché anche se dovessimo tornare nulla sarebbe come prima. Impercettibilmente ma tutto sarebbe cambiato in nostra assenza per cui, nel frattempo, saremmo diventati estranei. Ma noi non vogliamo tornare, una volta partiti è per sempre.
Stavolta si parte in treno. A nessuno piace la Stazione Centrale di Milano, a me si. E’ imponente, sembra un monolito messo li’ come una sfinge ad indicare la via a qualcuno che non saprebbe dove andare, se non ci fosse quel segnale. Un tempo ci si dava l’appuntamento al transatlantico ora l’hanno tolto e chissà dove lo hanno messo, ci cambiano sempre i punti di riferimento, lo fanno apposta per confonderci e costringerci a dipendere sempre da cose impalpabili, per potersi, poi, creare sempre una scusa, “Eri al Bar in fondo a destra e io ti aspettavo in quello nuovo in alto a sinistra”, no il transatlantico era sempre lì, non potevi sbagliarti, “il Raffaello” era lì, il monolito nel monolito, per noi bambini di allora la sicurezza di non potersi perdere: “Se ci si perde ci si trova al transatlantico” mi diceva mio padre quando andavamo a prendere qualche parente che arrivava da giù, e qualche volta ci è capitato di perderci apposta per restare più tempo possibile ad ammirarlo, a sognare di essere il suo comandante, in perenne viaggio.
“Un biglietto per Bologna solo andata 2^ classe, per favore”. Quando si è viaggia si cerca sempre di essere il più possibile cortesi, un sorriso, una buona parola per tutti quelli che incontriamo, a cui dobbiamo chiedere qualcosa, a cui, più semplicemente, stiamo seduti davanti durante l’attesa dell’arrivo. Qualcuno risponde con garbo: al saluto, al sorriso, alla cortesia, altri non ti vedono nemmeno come fossero immersi nella nebbia dei loro pensieri, altri ancora scambiano la tua banale cortesia per un sotterfugio per fregarli, quest’ultimi sono i più pericolosi, pronti a tradire, pronti ad aggredire, pronti ad arrogarsi il diritto di giudicare. I giudici delle stazioni appoggiati ad una pensilina in attesa degli eventi che capitano però altrove: loro non possono accorgersene guardano fissi in avanti, sanno già. I giudici delle carrozze che ti guardano torvi se non ti sei alzato per far sedere quel vecchio, quella donna; che ti guardano dentro per vedere chi sei, ma sanno già che non sei uno di loro, sei un altro, che ti osservano da dietro un giornale, nascosti dall’apparenza di un gesto banale, pronti a urlarti cosa fare, cosa non fare… soprattutto cosa non fare. E molto più facile dire ‘NO’ piuttosto che ‘SI’. I giudici dei corridoi che quando passi chiedendo permesso ti guardano con odio come per dirti “Si mi sposto ma non hai idea del favore che ti sto facendo”, “Ma devo scendere”, “Chissenefrega….”.  I giudici che scrivono le lettere anonime… tutti uguali dovunque andiamo.
I treni puzzano, anche quelli nuovi, ed è un’odore che ti resta anche dopo esserti fatto una doccia, un odore che si annida nelle tue narici e ti resta dentro per un po’ e non c’è profumo che tenga. I treni puzzano e puzzano le persone, puzzano di vita. Ed è un odore intenso di storie da raccontare, di storie da percepire ed assaporare, storie di dolori mal celati, di felicità dimenticate, di amori persi e ritrovati, di solitudini, di tempeste, di mocassini su una strada, di biciclette rotte, di credenze piene di altri ricordi, piccoli gingilli di battesimi, comunioni, cresime, matrimoni, bomboniere di una vita, punti di riferimento temporali. E’ una puzza che lascia il buono di se alle spalle, storie, bellissime storie. In treno ogni tanto ci si trova, ci si guarda, ci si parla da perfetti sconosciuti e ci si racconta che nemmeno un amico e non si mente. A volte si sta in silenzio per tutto il viaggio leggendo un libro. Con la chitarra appoggiata sul portabagagli in silenzio. Qualche volta se siamo soli si suona. Qualche volta, soprattutto se è notte, si canta. Qualche volta si dorme ma è un sonno che non ha sogni. Qualche volta…

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Saturday, August 27, 2005

Il Viaggio (1)

Che differenza c’è tra un racconto ed un romanzo, la lunghezza? Questo racconto,  nato inizialmente per la Gazzetta degli imbecilli, trae spunto dalle normali vicissitudini di un viaggiatore per trasformasi lungo la strada in un tentativo di thriller senza vittime. E’ un tentativo come tentativi sono tutti quelli che vediamo ogni giorno buttati sullo scaffale di qualche libreria, solo che io non ho sporcato montagne di carta. Sono un ecoscrittore ma non nel senso di Umberto Eco o Ecologico ma nel senso di suono che ritorna….

IL VIAGGIO (1^ Puntata)
Per tutti quelli che non si sono mai persi.

Il viaggio sarà lungo ma sono pronto ad affrontarlo, in borsa pochi ma comodi indumenti, un fischietto (che non si sa mai), un quaderno a righe ed uno a quadretti, una penna biro blu ed una rossa, un dizionario di italiano ed uno d’inglese, un cd di Cliff Eberhard e uno di Lucy Kaplanski, un paio forbici, un coltellino multiuso svizzero preso con i punti dell’esselunga, un pupazzetto porta fortuna ed uno porta sfiga. Poi la mia hitarra, non nella borsa scemi, in tasca qualche plettro, nella custodia una muta di corde (non si sa mai), un barrè, un quaderno di canzoni… non riesco mai a impararle a memoria, un autoadesivo di www.imbecilli.it, ne ho ancora un po’ da parte… merce sempre più rara, gli imbecilli stessi sono razza in via d’estinzione. Nel portafoglio la patente, la carta d’identità, la tessera di allenatore, quella di blockbuster, vale in tutto il mondo, sapete, potenza della globalizzazione. Una carta di credito, 100 Euro in contanti, un assegno, l’immaginetta di San Cristoforo, una moneta da 500 lire per il carrello della spesa al super (perché usare 2 euro?), una lettera mai spedita ed una mai ricevuta. Nel cervello una paio di speranze, e un po’ di rimpianti e due o tre rimorsi.
Un viaggio è sempre un’avventura, anche se si va poco lontano. E’ un’avventura perché si sa da dove ma non si sa verso dove, chi si incontrerà, chi feriremo, chi ci ferirà, chi faremo felici, chi farà felici noi… Un viaggio può atterrire di paura, può finire appena iniziato, può non finire mai fermi per l’eternità aspettando che arrivi un pullman in un tramonto rosso (ehehehhe).
Questo viaggio è una scelta di locomozione. Macchina, aereo, treno, moto, bicicletta, piedi, mani, pensieri, parole, opere e omissioni… una confessione in cui, ad ogni città, chiedere la strada a qualcuno, e ingrossare le fila di quelli da ricordare la sera quando si dicono le preghierine e a cui mandare gli auguri durante le feste comandate. I bambini queste cose le sanno fare bene e sanno anche che ogni volta che suona un campanello da qualche parte un altro bambino ha perso la cintura con le pistole, le manette e la bomba a mano piena d’acqua. Follie estive aggrappati a qualche liana nei pressi di un biancospino. Oh Valentino.
Partirò, partirò domani o forse dopodomani, dipende dal tempo, dall’umore, dal primo accordo che suonerò. Un maggiore si parte, un minore si resta, una settima si parte in macchina, una settima maggiore a piedi saltellando… uno strano che non capisco di quelli che paiono inventati dal diavolo e si va in prigione senza passare dal via e ci mancheranno 20.000 lire per pagare la sosta in Via Verdi e dovremo ipotecare Bastioni Gran Sasso e la Stazione Est, quella delle speranze. Mai ipotecare delle speranze, soprattutto di notte mentre siamo da soli nei giardinetti della nostra insanità.
Questo viaggio è una resa dei conti con il destino, quello infame che ha reso viscido lo scivolo su cui stavate cercando di salire e che ancora adesso da qualche parte porta il segno del vostro naso che sanguinava. Vecchie memorie che segnano il corpo ma soprattutto la mente insana che ci portiamo appresso. Idea e pensiero di note portate dalla genuina speranza che qualcuno si ricordi… di cosa… e perché… e dove…  ma quando. Nulla. Si. Da nessuna parte. MAI. Ma che cosa? BO!

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Friday, August 26, 2005

I pensieri del giorno dopo (7)

Appunto 7
 (Pensieri sparsi su quello che è stato e sarà considerando
che è solo una questione di fogli di carta e cassette della frutta)

Ogni momento è unico. Adesso sto bene. Abbastanza bene. Rassegnato, solo come è giusto che sia e in compagnia come sarà per sempre.

Passa?

E poi il momento è arrivato. Lasciati, un messaggino, due parole di commiato, non mi servi più, ne posso fare a meno, lasciami perdere, lasciami stare, che cazzo vuoi. Un susseguirsi di parole, di semplici e tragicomici eventi. E gli ho pure regalato un cd, come un papà che pensa con due lire di confermarsi l’affetto di una figlia che se ne sta andando. Sei il solito stupido, ed ora dovrai riconquistarti le tue cassette. Ci riuscirai o faranno la fine delle poesie a quella la?

Certo che sentirsi così è strano!

Buonanotte….

Sogno numero 1) Lei che mi corre incontro e mi bacia
Realtà numero 1) Lei che arriva e abbassa gli occhi
Sogno numero 2) Lei che mi sussurra in un orecchio ti voglio bene
Realtà numero 2) Lei che mi dice: “Ci sentiamo”
Sogno numero 3) Lei a casa che mi pensa
Realtà numero 3) Lei a casa che dorme

Le scuse… L’unica cosa vera, la mia collezione di gufetti.

E se la condizione migliore fosse quella di essere perennemente innamorati di chi capita capita?

Sveglia va.

L’auto è ferma al semaforo lampeggiante. Sono le quattro e ventiquattro del mattino, alla mia destra un mare di cassette di legno di un mercato di frutta e verdura, è quasi ora di ricominciare. Alla mia sinistra fogli di carta che il vento sta spingendo verso il centro della strada, probabilmente volantini di una manifestazione di sindacati riuniti o una pubblicità di qualche corso per corrispondenza. Sul sedile alla mia destra “Guerra e pace” e una collana di finti denti di squalo. Mi accendo una sigaretta, l’ultima della giornata precedenta o la prima della giornata che inizia?
Scendo, prendo una cassetta, ”no questa no che è sporca prendo quest’altra”,  e la metto nel bagagliaio, l’occhio mi va su un volantino svolazzante, lo fermo col piede, lo raccolgo, lo leggo: “Corsi regionali di informatica aperte le iscrizioni”,
“Quasi quasi domani mi iscrivo”, penso. 
Getto via la sigaretta. La brace forma un arco perfetto e finisce su un cumulo di sporcizia per spegnersi. Sono le quattro e trentadue. “Chissà se Nerone si sarebbe divertito a bruciare questa città?”

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