Friday, August 26, 2005

I pensieri del giorno dopo (7)

Appunto 7
 (Pensieri sparsi su quello che è stato e sarà considerando
che è solo una questione di fogli di carta e cassette della frutta)

Ogni momento è unico. Adesso sto bene. Abbastanza bene. Rassegnato, solo come è giusto che sia e in compagnia come sarà per sempre.

Passa?

E poi il momento è arrivato. Lasciati, un messaggino, due parole di commiato, non mi servi più, ne posso fare a meno, lasciami perdere, lasciami stare, che cazzo vuoi. Un susseguirsi di parole, di semplici e tragicomici eventi. E gli ho pure regalato un cd, come un papà che pensa con due lire di confermarsi l’affetto di una figlia che se ne sta andando. Sei il solito stupido, ed ora dovrai riconquistarti le tue cassette. Ci riuscirai o faranno la fine delle poesie a quella la?

Certo che sentirsi così è strano!

Buonanotte….

Sogno numero 1) Lei che mi corre incontro e mi bacia
Realtà numero 1) Lei che arriva e abbassa gli occhi
Sogno numero 2) Lei che mi sussurra in un orecchio ti voglio bene
Realtà numero 2) Lei che mi dice: “Ci sentiamo”
Sogno numero 3) Lei a casa che mi pensa
Realtà numero 3) Lei a casa che dorme

Le scuse… L’unica cosa vera, la mia collezione di gufetti.

E se la condizione migliore fosse quella di essere perennemente innamorati di chi capita capita?

Sveglia va.

L’auto è ferma al semaforo lampeggiante. Sono le quattro e ventiquattro del mattino, alla mia destra un mare di cassette di legno di un mercato di frutta e verdura, è quasi ora di ricominciare. Alla mia sinistra fogli di carta che il vento sta spingendo verso il centro della strada, probabilmente volantini di una manifestazione di sindacati riuniti o una pubblicità di qualche corso per corrispondenza. Sul sedile alla mia destra “Guerra e pace” e una collana di finti denti di squalo. Mi accendo una sigaretta, l’ultima della giornata precedenta o la prima della giornata che inizia?
Scendo, prendo una cassetta, ”no questa no che è sporca prendo quest’altra”,  e la metto nel bagagliaio, l’occhio mi va su un volantino svolazzante, lo fermo col piede, lo raccolgo, lo leggo: “Corsi regionali di informatica aperte le iscrizioni”,
“Quasi quasi domani mi iscrivo”, penso. 
Getto via la sigaretta. La brace forma un arco perfetto e finisce su un cumulo di sporcizia per spegnersi. Sono le quattro e trentadue. “Chissà se Nerone si sarebbe divertito a bruciare questa città?”

Posted by Attraverso at 21:42:53 | Permalink | Comments (5)

Thursday, August 25, 2005

I pensieri del giorno dopo (6)

Appunto 6
(Dove il nostro (+) dialoga con se stesso (-) e il se stesso è molto critico con lui
ma lui, come al solito, non capisce)

- Perché non ne parliamo un po’?
+ Me non è che ci sia poi molto da dire, è iniziato tutto per caso, senza che lo volessi e…
- E?
+ E così pare finita.
- In che senso.
+ Nel senso che è una cosa impossibile, che non può essere, vuoi per la differenza di età, vuoi per il fatto che sono già accompagnato, vuoi per il più semplice fatto che non so esattamente quello che voglio?
- E lei?
+ E lei se ne è resa conto un po’ troppo tardi, nonostante i miei avvertimenti ed ha fatto il danno.
- Cioè?
+ Mi ha fatto innamorare e poi, com’è giusto, mi ha relegato nel mondo dei sogni. Ed io l’ho fatto, consapevolmente, pensando di riuscire comunque a gestire la cosa ed ora ci sto male.
- Be cosa c’è di strano. Sapevi come sarebbe andata a finire.
+ Lo sapevo ma era bello buttarcisi a capofitto, ma non mi aspettavo che finisse così in fretta, sempre che sia finita veramente.
- Non credi?
+ No credo di no, è una cosa troppo forte perché sia finita. Mi fa male il fatto di essere finito in soffitta. Come l’orsacchiotto di Christopher Robins una volta che il bambino è diventato grande.
- Non è che sei solo geloso.
+ No sono invidioso, invidioso di chi può baciarla, invidioso di chi può parlarci liberamente, invidioso di chi la può accudire e vederla crescere, invidioso di chi può decidere, in parte, del suo futuro. Invidioso di chi può frequentarla regolarmente mentre io posso solo immaginarla.
- Allora il problema è solo fisico.
+ No mi manca anche tanto la sua presenza. E mi manca il poter parlare con lei liberamente, mostrandomi per quello che sono e non per quello che dovrei essere. Per un po’ ci siamo riusciti poi è successo qualcosa, magari un bacio che non doveva esserci, magari una frase di troppo…
- Magari il fatto che non potevi soddisfare le sue esigenze…
+ Sicuramente anche quello.
- E allora…
+ Non lo so, andiamo avanti e vediamo cosa succede, facciamo l’orsacchiotto finché regge. Poi chissà magari, un giorno, quel giorno ci vedremo come ci siamo visti per pochissimi istanti. Veramente noi, veramente unici. Oppure nella prossima vita.
- Ma tu ci credi veramente.
+ No! Ma voglio crederci.
- E la canzone.
+ E’ tutta e solo per lei, ma non penso che la sentirà mai.
- Perché?
+ Perché una cosa è la speranza, un’altra la realtà.
- Riuscirai a dormire stanotte?
+ Penso di no.
- E il chiodo scaccia chiodo?
+ Potrebbe succedere, ma di solito quando mi innamoro lo faccio per un tempo abbastanza lungo.
- Allora ti resta solo quel giorno
+ Probabilmente si, ma non succederà nulla. Ne sono certo.
- Proprio sicuro.
+ No.

Posted by Attraverso at 07:41:54 | Permalink | Comments (2)

Wednesday, August 24, 2005

I pensieri del giorno dopo (5)

Appunto 5
(Dove si discute di promesse e carnefici che legano vittime
ma chi sia la vittima e chi il carnefice non ci è dato sapere)

Come si fa a legare a se una persona per sempre. E’ facile, basta fargli credere qualcosa e poi dirgli cose del tipo “Mi penserai ogni volta che c’è la luna piena” e tu come un cretino lo farai. Ogni volta che c’è la luna piena penserai a lei e già che ci sei penserai a quello che sarebbe potuto essere se… se, il solito se.  Ogni volta uguale, ogni volta la stessa cosa. La guardi, lei ti guarda, tu pensi e non sai cosa pensa lei. I suoi occhi e poi se… se, il solito se.
E resti legato ad una promessa, ad un pensiero, ad una nota. E ci resti legato per sempre e sai già come finirà. Quel giorno tu l’aspetterai e lei, come è ovvio, non arriverà e tu tornerai da chi c’è, e che è giusto che ci sia.
Ma non potrai piangere, perché non c’è motivo per farlo, e non potrai riderne, perché non ne sei capace. Potrai solo sognare e pensare che se quel giorno invece di pensare avessi fatto e se… se, il solito se. Un’isola che deve essere da qualche parte, non solo nei tuoi pensieri. Li, da toccare, da vivere, da sognare ma perché il sogno è pura realtà e non solita ed inutile fantasia. Perché si arriva ad un età in cui hai ancora tanto davanti ma troppo dietro e quello che hai dietro è dietro, cazzo, e nessuno , niente, potrà mai farti riavere il passato. Ovvio banale ma se… se, il solito se.
E lei è la fuori da qualche parte, e tu la pensi, la pensi perché così lei ha voluto, la pensi e vorresti non pensarla ma averla vicina, fuori da quella galera che ci siamo creati, fuori come quella volta che sei uscito per cercarla e sapevi che era meglio tornare a casa ed infatti lo hai fatto senza più trovarla, senza più vederla, senza più mangiare quella pizza, perché così lei ha voluto. Ma se… se, il solito se.
Ridi idiota, tanto tu sei forte e non ci resti mai male. Ridi coglione!

Posted by Attraverso at 07:00:18 | Permalink | Comments (6)

Tuesday, August 23, 2005

I pensieri del giorno dopo (4)

Appunto 4
(Ovvero la sveglia ha suonato da un pezzo ma le riflessioni del dopo, 
portano ad una domanda retorica
)

Strano ogni volta che sono innamorato c’è qualcosa che impedisce il normale svolgersi degli eventi. Come se ci fosse una maledizione alle spalle, o qualche lurido peccato da scontare. Una condanna alla difficoltà della vita. E successo sempre così, tanto che della donna che amo non sono mai stato innamorato. O forse così mi sembra. Ma anche con Barbara non è successa la stessa cosa, non ti sei innamorato dopo?
Già è vero, forse il problema è proprio quello. La soddisfazione del desiderio contro l’insoddisfazione dello stesso. Da una parte gli “amori” impossibili, che lasciano lunghi strascichi, tenere e intense canzoni, struggenti e stupide poesie. Dall’altra parte la routine della frequentazione, il solito che diventa abitudine, l’intimità che non è più scoperta. In poche parole quello che sarebbe potuto essere contro quello che è e non potrà più essere. Ma è proprio così?

Posted by Attraverso at 07:00:59 | Permalink | Comments (3)

Monday, August 22, 2005

I pensieri del giorno dopo (3)

Appunto 3
(
Dove il nostro si sveglia e scopre che
se è di cose che si parla che di cose si parli
)

Sveglia piccolo i computer non pensano, né si innamorano, né ridono, né piangono. Lo fanno gli uomini. Così pieni di loro e incapaci di distinguere il bello dal brutto, il buono dal cattivo, il bene dal male. Così incapaci di amare per il semplice gusto di farlo, incapaci di giocare fino in fondo, incapaci ed immensi nella loro incapacità. Sveglia piccolo non incolpare l’umanità per tue colpe, se vuoi baciarla baciala e non rompere i coglioni, se vuoi stare con lei stacci e non pensare a cosa succederà dopo, se vuoi lasciarla andare lasciala andare e che sia il caso, o destino, a decidere per te. Ma comunque fai qualcosa, non restare li a guardarla come fosse l’unica, incapace di cogliere risposte laddove risposte non possono esserci. Hai toccato il suo seno e ti è piaciuto, hai sfiorato le sue labbra e ti è piaciuto, hai baciato il suo viso e ti è piaciuto… Ti ha toccato l’anima ed hai avuto paura. Sveglia non esistono sogni all’inferno torna indietro da chi ha scelto per te o scappa via da lei e vivi se sei in grado di farlo oppure torna al tuo sonno eterno.

Posted by Attraverso at 07:00:25 | Permalink | Comments (2)

Sunday, August 21, 2005

I pensieri del giorno dopo (2)

Appunto 2
(Dove il nostro eroe scopre che il suo computer
si comporta in maniera strana 
e cominciano ad esserci indizi importanti)

Una volta c’era poesia nel fare le cose adesso c’è solo cottimo, siamo ormai diventati come quei muratori che aspettano i caporali la mattina presto per andare, in nero, a tirare su mattoni.  Tanti programmi tanti soldi e sempre in meno tempo, tanto che ormai non si inventa più nulla, ma si riusa e si riusa all’infinito sempre gli stessi codici scritti chissà quando e chissà da chi. Se per mettere su un mattone ci vogliono 10 secondi per metterne su cento ci voglio (100 x 10) mille secondi, per fare un programma ci vuole un ora e per farne 100 cento ore-uomo, ovvero cento uomini un’ora per fare tutto e dopo due ore è tutto da rifare perché si sono dimenticati che il lunedì dell’angelo (pasquetta) è festa (ed è tutto assolutamente vero).
Ma chissenefrega, e lo scrivo tutto attaccato perché si dice così, oramai è diventato noioso fare i programmi, perché tanto qualsiasi cosa fai è stata già fatta.
Una volta avevo fatto un programma che conversava. Era molto stupido il meccanismo di risposta e di scelta della frase di conversazione, ma dopo un po’ che lo si usava ogni tanto veniva data qualche risposta che pareva persino intelligente, comunque più intelligente di quasi tutte le conversazioni fatte in ascensore o alle fermate dei tram, quando se non si parla del tempo si parla di come era bello una volta ma una volta non era bello e lo sanno tutti.
Ebbene l’altro giorno ho provato ad riutilizzarlo e dopo un po’ che lo usavo… capperi le risposte diventavano sempre più sensate. Avevo scritto “Come ti chiami?” e lui  “Cosa conta un nome?”, lo so è semplicemente il testo di una vecchia canzone, ne ho inseriti dentro qualche migliaio, e l’algoritmo che avevo scritto usa qualsiasi testo io abbia inserito, anche le mie vecchie liste della spesa, e ‘udite udite’, persino l’elenco di tutte le parolacce che avevamo scritto io e Gino tanti anni fa, però questa volta le frasi che tirava fuori la macchina non sembravano più casuali, così come il programma che avevo scritto avrebbe dovuto fare, ma… “Un nome conta perché così posso chiamarti?”, proseguo con le canzoni, e lui, “Per gli amici solamente Penna a Sfera”, un’altra frase da una canzone d’accordo, ma sostanzialmente due frasi consecutive con un senso compiuto, incalzo aspettandomi la risposta che mi riporti alla realtà dello stupido pezzo di latta - “Io mi chiamo Marco” e per fare lo spiritoso aggiungo, “anche per i nemici” do l’invio passano circa cinque secondi, e mentre sto pensando “Hey questo è un pentium III a 800 megahertz (*) avrebbe dovuto metterci un tempo non calcolabile a rispondermi” il programma manda la sua risposta. “l’euro vale, in parità fissa, 1936.27 lire, 1.95583 Marchi…”(**). Penso “ah una risposta che non c’entra niente finalmente cominciavo a preoccuparmi. Però c’è dentro Marchi, apetta un attimo riproviamo”, digito, “Cosa intendi dire?”, “Ti stanno fregando Marco, rifletti” riposta. Cazzo questa non è una canzone, nemmeno una delle mie, nemmeno una di quelle cose che ho scritto e poi dimenticato in qualche directory.

(*) All’epoca in cui è stato scritto il tutto era il top adesso il nulla. Il problema è: che il mio attuale computer, e anche il vostro, che dovrebbe essere un paio di milioni di volte veloce in realtà arranca faticosamente e ciò dovrebbe darvi ulteriori spunti di riflessione. (n.d.a)
(**) Ciò  dovrebbe darvi delle indicazioni abbastanza precise su quando questo è stato scritto. (n.d.a)

Posted by Attraverso at 10:22:06 | Permalink | Comments (2)

Saturday, August 20, 2005

I Pensieri del giorno dopo (1)

I Pensieri del giorno dopo (Romanzo postadolescienziale fatto ad appunti sparsi in 7 movimenti con un inizio che non c’entra nulla e una fine che c’entra ancora meno e un corpo centrale che dovrebbe spiegare e invece complica ancora di più la situazione)

Appunto 1
(Dove il nostro eroe parla del suo lavoro
ma già si capisce che c’è qualcosa che non va
)

Tutto è finito quando è arrivato qualcuno a chiedere: “ehi, quanto ci mettete a fare questo?”, e noi ingenui: “ma non saprei un paio di giorni, tre, devo mettermi li e provare”, e lui di nuovo incalzante “be, fatemi sapere quando avete finito?”, e poi ancora più stupidi ci siamo messi a fare e come d’incanto, quel giorno abbiamo trovato, trionfanti (imbecilli), la soluzione immediatamente, e invece di metterci  i due o tre giorni previsti, ci abbiamo messo solo due ore e convinti di avere fatto il nostro misero dovere siamo andati di corsa a dire: “è pronto”, pensando che in un lavoro creativo non contasse il tempo ma solo il risultato finale, qualcuno ha per caso chiesto a Leonardo quanto ci avrebbe messo a dipingere la Gioconda o a Picasso Guernica, e li è stata la fine. Siamo stati guardati come dei matti da uno a cui si erano ingrossate le narici dalla rabbia e che non sembrava più un uomo ma un toro inferocito pronto a matare il matador, che a sua volta è stato defenestrato da una penna stilografica che invece di firmare un foglio, con su scritte delle cifre che quantificavano il vostro lavoro, gli ha firmato il foglio di via dalla Benson & Johnson, la mitica multinazione produttrice di Dopo Barba, Lamette e Carri Armati.
Era iniziata la fine di tutto e voi non riuscivate a capire come il lavoro più bello del mondo, il lavoro dove ad una macchina stupida riuscivate a far fare cose da sogno fosse improvvisamente diventato un lavoro a cottimo. Un tabulato tre giorni, un Data Entry  4 giorni, un applicazione che sembrava intelligente… costava troppo o era poco User Friendly, “Ma come sono quasi riuscito a farla pensare sta scatola di latta e tu mi rompi i coglioni perché gli uomini non escono azzurri e le donne non escono rosa e quel campo invece di essere allineato a destra è allineato a sinistra etc, etc, etc.”.
Il lavoro più bello del mondo in mano ai ragionieri che pensavano di essere stilisti e che si piccavano di essere anche psicologi. Noi l’abbiamo fatta parlare la scatola di latta e questi imbecilli l’hanno fatta diventare solo… “Ma allora il tabulato delle vendite di scatole di patate in polvere è pronto oppure bisogna aspettare più di due ore quando mio figlio con Windows 95 ha fatto il nuovo registro di classe della maestra senza neppure chiedermi come fare che tanto io non sarei stato capace di farlo…” E che cazzo mettetecela una virgola quando parlate, che se tuo figlio invece di fare il registro per la maestra avesse provato a farlo suonare quel pezzo di latta probabilmente fra 6 o 7 anni non ti avrebbe ammazzato a colpi di roncola dopo avere fatto la madre in tanti piccoli pezzettini perché non gli avevate dato i soldi per andare in discoteca dove lo aspettavano il Dodi con la Lollo e la Fufi per andare a bruciare qualche Extra Comunitario, che io penso sempre che magari un giorno beccano dieci Marines, anche loro Extra Comunitari, che li gonfiano come dei palloncini e poi li mandano a cercare i resti che mancano di  I-TIGI a pedate nel culo.
Ma ormai è questo il nostro lavoro, soprattutto questo, ed ogni volta che bisogna fare qualcosa è più il tempo che si passa a pianificare, documentare, tempificare, ganterizzare che quello che si passa, a volte con amore, a dire ad un pezzo di latta di fare.
Nessuno si rende più conto della straordinarietà della cosa. Ci mettiamo li davanti ad un televisore, senza telecomando ma con una misera tastiera e un topolino, e poco alla volta il pezzo di latta produce quello che voi gli ordinate e la cosa stupenda è che se gli dite una cazzata, lui fa una cazzata e se gli dite una cosa stupenda lui farà una cosa stupenda. E’ il vostro schiavo assoluto ma che rispecchierà in pieno la vostra capacità di fare e dire, e se non siete capaci di fare e di dire, gant o non gant, lui non lo farà.

Posted by Attraverso at 10:05:20 | Permalink | No Comments »