“C’è più poesia in una mia scoreggia che in tutto il tuo zibaldone” disse il poeta alla poetessa la quale lo guardò con infinita dolcezza e gli disse, “Tu stasera vai a mangiare da tua madre e a dormire dove ti pare tranne che qui”, chiudendo il suo quaderno zeppo, zeppo di parole e buttandolo nel secchio dell’immondezza.
Poesia, poesia,
deh, proteggimi ovunque io sia
poesia, poesia.
I poeti sono litri di vino bevuti per noia
per scriver parole davanti al mattino
mentre sognano bambine nude
che uscendo da scuola
li prendon per mano e gli dànno la viola. (Roberto Vecchioni)
Già che diavolo è la poesia?
21.30 quando la sgrido e vuole attirare la mia attenzione piange fino a vomitare e io vedo più poesia in quel suo essere vera, in quel suo lottare per affermare il suo essere contro il mio volerla plasmare, che in tutti i versi fin qui letti perché la poesia, credo, abbia a che fare più con la sensibilità alla sopravvivenza che con lo studio della parola.
Quella cosa che Alsoit chiamerebbe “I sensi di ragno” ma che io , meno prosaicamente, chiamo “I sensi di lombrico”.
Quella cosa cosa che non è la folta chioma che si rimira nel laghetto ma le due braccia che la tirano giù e la costringono a lottare per vivere, affermarsi, urlare: “SONO IO CHE VIVO, NON SIETE VOI CHE MI FATE VIVERE”.
Perché poeti si è e non si diventa, essere poeti ha a che fare con il non accettare mai pedissequamente l’altrui verità ma cercare la propria e buttarla via e ricercarla ancora e raccontarla agli altri perché è questo lo scopo finale del poeta, la sua missione. Raccontare agli altri.
E si è più poeti sul cesso di casa a buttar giù versi che seduti in poltrona sorseggiando Brunello perché la poesia è la vita, quella vera, quella che puzza, quella che lotta, quella che cresce, sperimenta ma per migliorare e non per pippare senza scopo, perché se di pippe si tratta che almeno siano pippe che ci diano piacere e non malessere, che almeno ci sollazzino.
Nuotare con le ali e volare con le pinne.
Cantare con le orecchie ed ascoltare anche con il naso a bocca aperta perché quando il poeta parla, quello vero, quello che ci racconta, ci dice, ci sussurra, è odore, l’odore della vita, l’odore della puzza dei piedi che hanno cammminato, l’odore dell’essere vivi noi e non solo gli altri.
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Soffritto di cipolle.
Cioè in fin dei conti nasce un dio, che, come concetto è alquanto di destra, insomma siamo nella sfera dei supereroi; però ci dice che siamo tutti uguali, che come concetto parrebbe essere alquanto di sinistra: tra i primi a visitarlo ci sono dei pastori, ovviamente siamo ancora a sinistra, anche se i pastori sardi… ma dopo un po’ arrivano tre re e anche lui è re per cui ricadiamo nella destra (o per lo meno così come si vocifera nel l’imaginario collettivo). I tre re portano tre doni, già il fatto che siano tre dovrebbe dirci qualcosa su destra e sinistra ma andiamo oltre. Oro, ovviamente di destra; Incenso ovviamente di sinistra e quando ci si fa le canne si è di sinistra, dicono; Mirra, che essendo un unguento (pare, dicono, si mormora) potrebbe essere comune ad entrambi gli schieramente ma comunque è roba da ricchi per cui dovremmo essere a destra perchè a sinistra sono tutti poveri, tranne Moratti ovviamente e De benedetti e quelli che possiedono le barche a vela ma sono pochi e non contano.
Il babbo fa il falegname, mestiere decisamente di sinistra ma non è il vero padre, si vocifera di inseminazione eterologa e qui santiddio siamo a destra, anzi all’estrema destra quella che si dice poi vada a sfociare nell’estrema sinistra nella celeberrima visione circolare degli estremi equidistanti e di conseguenza essi stesso centro per cui… vuoi vedere che il Natale è Democristiano?